Vai menu di sezione

Donne in Trentino: Erica ed Aicha

07/03/2007

Ci sono anche in Trentino donne immigrate che con coraggio si sono assunte delle responsabilità e sono alla guida di cooperative e associazioni

Ci sono anche in Trentino donne immigrate che con coraggio si sono assunte delle responsabilità e sono alla guida di cooperative e associazioni, donne italiane che oltre al lavoro e alla famiglia, hanno trovato pure il tempo per aiutare gli altri. Sono queste le donne protagoniste della nostra intervista realizzata recentemente: Erica Mondini, ex consigliera delegata per la pace del Comune di Rovereto e insegnante di italiano, è tra i promotori dell’associazione di mediatori interculturali “Città aperta” di Rovereto. Aicha Mesrar, originaria del Marocco, mediatrice culturale e presidente della cooperativa Città aperta, è stata per alcuni anni l’asse dell’associazione che porta lo stesso nome. Attualmente, Erica e Aicha sono membri del consiglio direttivo dell’associazione Città Aperta.

Quale ricordo conservate dei primi momenti in cui vi siete conosciute? Qual è stato l’impatto iniziale? Erica: Penso sia stato in occasione di un incontro organizzato dal Comune di Rovereto per riuscire a programmare un servizio di mediazione linguistica. Ricordo che sono rimasta colpita dal fatto che Aicha parlava molto bene l’italiano. Aicha: L’incontro è stato nel 2001 nella biblioteca della scuola Degasperi, dove sono stata invitata attraverso il passaparola. Ero stata informata che una certa Erica Mondini desiderava di mettere insieme un gruppo di cittadini stranieri per avviare delle iniziative interculturali.

Qual è l’immagine che hai del percorso di Aicha come donna musulmana in Trentino? Erica: Aicha è una donna musulmana un po’ speciale; perché è particolarmente coraggiosa, particolarmente determinata e particolarmente intelligente. Probabilmente ha incontrato sul suo percorso anche delle occasioni fortunate: quella, per esempio, di abitare per qualche tempo in una famiglia italiana, cosa che le ha permesso di imparare molto bene la lingua. Un’altra fortuna forse è quella di aver potuto studiare, anche se poi ha dovuto interrompere gli studi universitari; sicuramente arrivare in un paese straniero con una cultura dà delle opportunità maggiori di integrazione.

Erica ha aiutato il tuo percorso di integrazione? Aicha: Ho sempre affermato che la mia fortuna è stata quella di aver incontrato le persone giuste e corrette, che mi hanno voluto anche bene. Non soltanto con le parole, ma anche in modo pratico. Erica fa parte del gruppo di persone che hanno occupato un posto speciale nel mio cuore e anche nella mia vita personale e di sicuro è coinvolta nel mio percorso di integrazione.

Città aperta: per voi cosa c’è dietro questo nome? Che cosa vuole dire concretamente una città aperta? Erica: Mi ricordo che abbiamo discusso moltissimo, prima di individuare questo nome per l’associazione. Il concetto che sta dietro, secondo me, è città con delle persone che hanno una mente aperta. Non è semplice però, perché nei confronti degli stranieri in questi ultimi anni è cresciuto un atteggiamento di pregiudizio. Ci sono molti stereotipi da superare. In alcuni momenti, soprattutto dopo l’11 settembre del 2001, l’impressione è che si sia andati indietro rispetto ad un’integrazione, ad una mentalità aperta. Le paure della gente sono aumentate e forse si cerca un po’ un riparo, una difesa dietro la propria identità, in contrapposizione con le altre identità, considerate come un pericolo. Aicha: Città aperta riflette secondo me l’apertura delle persone verso la conoscenza dell’altro. L’idea a cui volevamo arrivare dando il nome anche all’associazione è stata quella di aiutare alla costruzione di una città aperta che accetti l’altro. Ma per me città aperta non è solo un nome. E’ la meta del mio percorso in Italia. Città aperta è stata una fetta grande della mia vita, del mio tempo, che ho dedicato con grande soddisfazione per la realizzazione delle iniziative e delle attività con lo scopo di farci conoscere e di conoscere gli altri.

Di conseguenza cosa urge fare per “aprire” maggiormente le nostre città, in modo intelligente, saggio, costruttivo? Erica: Io credo che più urgente sia cambiare la mentalità delle persone. Superare questa chiusura, la paura nei confronti del diverso, dell’immigrato. Il modo più semplice ed efficace è conoscersi. Bisogna moltiplicare le occasioni in cui ci s’incontra normalmente, quotidianamente, in pratica nei negozi, nei supermercati, a scuola. Gli incontri che si costruiscono appositamente spesso non hanno una grande efficacia. Ci vengono le solite persone, già interessate e sensibili; credo che i pregiudizi si possono superare con la conoscenza diretta. Aicha: Anch’io insisto sulla conoscenza. Finché non ci si conosce, per forza c’è questa paura, c’è un tirarsi indietro e stare un po’ attenti a voler sapere cosa nasconde altro, lo straniero. Dunque serve il dialogo come primo passo. Poi, se non c’è nessun risultato, io mi accontento anche di quelle poche persone che hanno voglia di conoscere l’altro, il diverso.

Il fatto di essere donna è un vantaggio o un limite al processo di integrazione? Erica: E’ molto difficile dirlo. Forse non c’è differenza tra uomo e donna nel processo di integrazione, perché anche la donna ha occasioni di frequentare l’ambiente sociale, di portare i bambini alla scuola materna, etc. Non farei differenze tra uomo e donna, ma forse più che altro tra mentalità diverse. Io ho conosciuto degli uomini molto chiusi, molto in difficoltà nell’integrazione, con un atteggiamento più diffidente. Le donne forse hanno un atteggiamento meno conflittuale, però in alcuni casi hanno maggiore difficoltà ad imparare la lingua italiana, perché nei primi anni di vita dei bambini restano molto chiuse in casa. Aicha: Io mi riferisco alla mia area linguistica, quella araba. Io penso che la donna ha più opportunità di integrarsi, di conoscere, di svolgere delle iniziative, perché le donne lavorano di meno e hanno più tempo. Gli uomini invece lavorano, per lo più, e il tempo libero limitato non permette loro di incontrare gli altri. Le donne possono far conoscenza con le altre mamme al supermercato, a scuola, dal pediatra, etc.

Nell’emancipazione della donna (ad esempio nel mondo del lavoro) le differenze di provenienza e di cultura incidono o vengono annullate? Erica: Le differenze di cultura, più di altro, influiscono nell’emancipazione della donna. Credo che dobbiamo superare, però, la visione molto schematica che noi abbiamo della cultura degli immigrati. Non è detto, ad esempio, che le donne musulmane, proprio in quanto musulmane, abbiano tutte scarsa libertà e siano tutte sottomesse. In realtà, anche nel mondo musulmano, succede come in tutti gli altri paesi: le donne sono diverse, a seconda dell’ambiente da cui provengono, dell’educazione ricevuta, della differente istruzione, del diverso stile di vita a cui sono abituate. Quindi, sono queste le diversità che incidono nell’emancipazione e nel lavoro. Aicha: La mia diversità, la mia cultura e la mia religione hanno inciso tra la gente del posto perché c’è ancora una visione rispetto alla quale la donna araba che viene dal mondo musulmano ha meno possibilità, meno diritti e meno libertà di parlare. Questa visione mi ha creato dei problemi e mi sono sentita sottovalutata e sempre di fronte al rischio di non essere accettata. La mia spiegazione è che queste persone si sono ritrovate di fronte una donna diversa da quella che si aspettavano.

Cosa significa secondo voi la libertà per una donna? Erica: La libertà per una donna è di poter scegliere liberamente cosa fare della propria vita, però non in contrapposizione con chi ti sta vicino. Credo che questa libertà di scelta debba essere ricercata in ogni modo in collaborazione col partner, con la famiglia, etc. Aicha: E’ quella di poter parlare, di esprimere il proprio punto di vista. Io ho sempre avuto questa libertà e sono riuscita a dire ciò che penso, anche se a volte in contraddizione con quello che avevano da dire gli altri.

Se potessi “rubare” una caratteristica di Erica (di Aicha), un aspetto del suo carattere, della sua esperienza di vita o della sua formazione, cosa sceglieresti? Erica. Qualcosa riferito alla cultura di Aicha che noi abbiamo perso ed è l’attenzione per gli anziani. Mi ha colpito molto, quando Aicha mi ha detto che, per la sua cultura, è “inconcepibile mettere il nonno in casa di riposo”. E poi ho visto come Aicha tratta la mamma e la suocera, quando vengono in visita da lei. Aicha: La bontà dentro di sè e la pazienza di sopportare. Inoltre, il fatto che non avanza mai delle pretese.

Un augurio al femminile rivolto particolarmente alle donne? Erica: Saper rivendicare la propria libertà e indipendenza, però nel dialogo. Saper superare la cultura della contrapposizione e spendersi, invece, per quella della collaborazione e delle alleanze. Aicha: Visto che sono io stessa una donna straniera, mi rivolgo alle donne che arrivano dalla mia area linguistica invitandole ad uscire, a parlare, a conoscere il vicino di casa, le mamme dei compagni dei figli, a cercare questi momenti di incontro fra italiani e stranieri. Perché è un’esperienza bellissima, dove si imparano moltissime cose e si eliminano tanti pregiudizi.

torna all'inizio del contenuto
Pagina pubblicata Mercoledì, 22 Agosto 2007 - Ultima modifica: Mercoledì, 27 Giugno 2018

Valuta questo sito

torna all'inizio del contenuto