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Mappa dell’imprenditoria immigrata in Italia

12/06/2019

Indagine Censis – Roma Tre: contributo strutturale, ma vanno tutelate salute e sicurezza sul lavoro

Il contributo degli imprenditori migranti all’economia italiana risulta essere sempre più strutturale, sebbene vi siano dei punti di debolezza sui quali bisogna intervenire, specie per quanto riguarda la tutela della salute e la sicurezza sul lavoro. Queste alcune delle considerazioni emerse dal progetto “La mappa dell’imprenditoria immigrata in Italia. Dall’integrazione economica alla tutela della salute e sicurezza sul lavoro”, realizzato dal Censis e dall'Università degli Studi Roma Tre con il supporto finanziario dell'Inail, i cui risultati sono stati presentati a inizio giugno 2019 a Roma.
Nel 2018 Infocamere ha censito 447.422 titolari d’impresa nati all’estero che rappresentano il 14,6% dei titolari d’impresa in Italia. Dal 2010 al 2018 il numero è cresciuto del 31,7% (gli extra Ue del 37,8%). Da segnalare la componente femminile, che rappresenta il 23,1% del totale. Il 71,6% è rappresentato da imprenditori under 50, contro il 44,3% degli italiani. L’estrema flessibilità e capacità di adattamento dei migranti che fanno impresa, sottolinea il rapporto, “si riflettono nella propensione ad andare ad occupare gli spazi lasciati liberi dai nativi, ma anche nella capacità di garantire estrema flessibilità negli orari di lavoro, disponibilità agli spostamenti, varietà dei prodotti offerti, costi contenuti, ibridazione tra italiano e straniero”. I limiti delle loro imprese? “Sono attive in settori poco qualificati, a basso valore aggiunto, con scarso contenuto tecnologico, per cui fanno più fatica a mantenersi sul mercato”.
Nella distribuzione per settori di attività sono preponderanti i servizi (63,1%) e l’industria (33,6%). La propensione all’imprenditoria appare più sviluppata in alcune comunità e la mappatura conferma anche alcune “specializzazioni etniche”: i più numerosi sono i cittadini marocchini (14,5% del totale) attivi soprattutto nel commercio, seguiti dai cinesi (11,4%) nel commercio, nel tessile e nella ristorazione, dai romeni (10,7%) e dagli albanesi (7,0%) nei lavori edili. Riguardo alla distribuzione sul territorio, Lombardia, Lazio e Toscana guidano la classifica delle regioni per numeri assoluti di imprenditori nati all’estero; Roma, Milano e Torino quella delle province.
L’indagine evidenzia inoltre come gli imprenditori migranti abbiano una scarsa percezione del rischio di infortuni e una cultura molto carente su salute e sicurezza sul lavoro. “È essenziale – concludono i ricercatori – accrescere tra gli imprenditori di origine immigrata la cultura della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro”. Il progetto indica quattro direttrici d’azione: promuovere sinergia tra le istituzioni locali e le realtà territoriali; adottare un approccio multiculturale; far emergere la relazione diretta tra salute e sicurezza sul lavoro e risultato di impresa; controllare e sanzionare criticità e irregolarità, ma anche premiare le imprese che realizzano buone pratiche.

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Pagina pubblicata Mercoledì, 12 Giugno 2019

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