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Sali
09/03/2017

SALAMATA, 27 ANNI FA DAL BURKINA FASO AL TRENTINO

oggi fa la mediatrice culturale per i profughi

“I richiedenti asilo vedono fin dall’inizio solo il traguardo e non le difficoltà del percorso di viaggio”

Salamata, “Sali” in Trentino, è una cittadina italiana originaria della zona del nord del Burkina Faso. Ha iniziato a settembre 2016 a collaborare come mediatrice culturale nell’ambito dell’accoglienza protezione internazionale in Trentino attraverso la cooperativa Città aperta di Rovereto. Lei, come tutti i mediatori culturali che operano in questo ambito, è una figura professionale che funge da ponte tra i profughi e gli operatori dell'accoglienza, gli assistenti e gli psicologi, riportando i bisogni, le storie e le emozioni dei richiedenti asilo. Sali interviene come mediatrice per i profughi che arrivano dal suo stesso paese d’origine o dai paesi francofoni dell’Africa centrale.
Sali ci racconta che ogni storia è molto diversa dall’altra; ciò che le accomuna è l’avventura e la sventura del viaggio nonché i bisogni di assistenza, di capire come funziona la vita in Italia, ma anche il desiderio di una vita migliore. A volte Sali cerca di mettersi nei panni di chi arriva chiedendosi se sarebbe sopravvissuta a un “viaggio della speranza”.
Lei è arrivata 27 anni fa in Trentino, ha fatto il viaggio in aereo con il marito e a Trento l’aspettava una famiglia per accoglierla. Sapeva tutto del viaggio: quanto ore durava, quali tappe doveva fare. Era impensabile quasi tre decenni fa pensare di arrivare con un barcone in Europa, ma ora tutto sembra essere cambiato. “Il viaggio che i profughi decidono di intraprendere – precisa la giovane – sia perché la loro vita è a rischio nel paese di origine, sia – in alcuni casi – per sfuggire alla miseria è proprio incerto. Si esce di casa e si va alla deriva con la speranza ovviamente di arrivare a destinazione e di trovare una vita migliore. Loro vedono fin dall’inizio solo il traguardo e non le difficoltà del percorso di viaggio”.
Sali ha oggi 49 anni. Il suo nome Salamata significa “pace” in lingua araba. E’ nata in una famiglia musulmana e all’età di 19 anni si è convertita al cristianesimo entrando nella Chiesa evangelica. A seguirla nella sua decisione sono stati poi anche i genitori e i 7 fratelli e sorelle. Grazie al lavoro di suo padre nel campo dell’agricoltura, a 21 anni ha conosciuto il suo futuro marito, un giovane trentino di professione perito agrario che era andato in Burkina Faso come volontario per una ong italiana.
Nonostante l’incertezza iniziale, la paura del clima e di non essere capita, la giovane africana ha accettato di seguire il giovane trentino in Italia. La sua nuova famiglia, i nuovi parenti l’hanno accolta con molto calore e Sali si è trovata subito bene, oltre le attese. Nel corso degli anni è riuscita a sostenere l’esame di maturità e a conseguire un corso triennale di counseling biografico. Ha lavorato come educatrice presso una cooperativa sociale che si occupa di minori e ha fatto altre diverse esperienze. Infine, è diventata mamma. Il percorso di Sali non è stato sempre facile ma l’appoggio della sua nuova famiglia trentina è stato fondamentale.
Sali non ha una ricetta per abbattere la diffidenza nei confronti dei migranti, soprattutto se di colore. E’ difficile, ci spiega, far capire alla comunità l'importanza di non avere paura. Bisogna agevolare in tutti i modi, aggiunge Sali, la conoscenza reciproca. Anche pronunciare correttamente il nome di un profugo può aiutare ad abbassare le difese. Lei stessa, dice, ha vissuto una simile esperienza nel rapporto con una richiedente asilo del Ghana. Il fatto di averla chiamata con il giusto nome le ha illuminato il viso.

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(ultimo aggiornamento: 13/03/2017)

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