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CINFORMI - Centro informativo per l'immigrazione

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18/03/2017

“MOLTEPLICI SGUARDI SU RIVA”

ricerca qualitativa sui “nuovi cittadini”

Percorsi di inserimento e di vita degli immigrati a Riva del Garda, in Trentino

“I racconti degli intervistati ci ricordano quanto, nella complessità del quadro delle cause che spingono a lasciare il Paese d’origine, un fattore incalzante è quello della speranza di andare incontro a un futuro migliore, anche se non necessariamente meno precario di quello prospettato in patria.” È un significativo passaggio della ricerca realizzata dal Cinformi che analizza i percorsi di inserimento e di vita degli immigrati a Riva del Garda, in Trentino. È stata realizzata un'indagine qualitativa attraverso 24 interviste in profondità con cittadini stranieri di diversa provenienza presenti a Riva del Garda da almeno 5 anni. Le osservazioni raccolte consentono di trarre informazioni sulle diverse sfaccettature del rapporto tra immigrati e società locale e rappresentano spunti di riflessione su alcune questioni aperte che riguardano l’inserimento dei cittadini stranieri nel tessuto socio-economico della città e sulle relative possibilità di intervento dell’amministrazione in materia di immigrazione. Di seguito l'intervista a Serena Piovesan, sociologia dell'area studi e ricerche del Cinformi e una sintesi della ricerca.

Guarda l'intervista alla sociologa Serena Piovesan

Premessa
Al primo gennaio 2016 risultano risiedere nel territorio di Riva del Garda 2.062 cittadini stranieri: si tratta di un numero quasi tre volte più alto che all’inizio degli anni duemila, ma in calo rispetto all’anno precedente (-2,3%), e che incide sul totale della popolazione residente per il 12,2% (Istat, 2016). Il peso relativo dei residenti stranieri nel territorio rivano si attesta dunque ben al di sopra della media provinciale (9,0%). Ci riferiamo ad una popolazione in cui, nell’insieme, le donne (56,4%) sono sensibilmente più numerose degli uomini, e ben il 22,3% corrisponde a minorenni, mentre gli anziani superano lievemente la soglia del 6% (rispetto ad una quota che nella popolazione con cittadinanza italiana è pari al 24,1%). Un cenno meritano anche altri due indicatori, che rimandano alla stabilizzazione e al radicamento dei flussi migratori nel territorio. Il primo si riferisce alle nuove nascite da stranieri a Riva del Garda: nel 2015 corrisponde a stranieri un nato su quattro. Il secondo indicatore ci mostra che, così come avviene a livello provinciale e nazionale, continuano a incrementarsi in misura significativa le acquisizioni di cittadinanza italiana: un processo che nel corso del 2015 ha spostato 146 persone dalla categoria di stranieri a quella di “autoctoni”. Parlare della società rivana oggi significa dunque sempre più includere nella riflessione anche una componente “matura” e radicata nella comunità quale quella di origine straniera.
Ed è altrettanto vero che parlare dell’economia del territorio non può prescindere dal rivolgere l’attenzione verso una dimensione ad essa profondamente intrecciata: l’inserimento nel mercato del lavoro degli immigrati. Come sottolineato nel Rapporto annuale sull’immigrazione in Trentino (2015, p. 137), “se nemmeno la più lunga recessione del dopoguerra ha posto seriamente in discussione il rapporto simbiotico tra sistema economico locale e lavoro immigrato, significa che gli immigrati sono diventati necessari”. Nel caso in discussione, questo rimane evidente nella risposta data all’alto fabbisogno di lavoro stagionale nel terziario; ma anche nelle soluzioni che molte famiglie e persone in condizioni di fragilità (in primis, anziani con problemi di non autosufficienza) hanno messo in campo di fronte ai loro bisogni assistenziali e di lavoro domestico. A questo proposito, giova richiamare alcuni dati: il 27% delle assunzioni nel terziario avvenute nell’Alto Garda e Ledro ha coinvolto lavoratori stranieri (e ben il 33,6% di quelle nei pubblici esercizi), e che nel caso dei servizi domestici l’incidenza straniera raggiunge l’80,5% (Agenzia del Lavoro di Trento – PAT, 2014).
Nell’ambito della ricerca è stato condotto, fra l'altro, un focus group che ha visto il coinvolgimento di rappresentanti dell’amministrazione comunale, assistenti sociali, insegnanti, rappresentanti delle associazioni di categoria e rappresentati dell’associazionismo straniero. Si è così fatto il punto della situazione rispetto alle idee che, ciascuno dal proprio osservatorio privilegiato, ha maturato relativamente all’immigrazione a Riva del Garda, alle interazioni e dinamiche tra gruppi che stanno avendo luogo, agli scenari che si prospettano per il futuro in termini di relazioni tra cittadini e alle sfide per il governo locale.

“È un ramo che si strappa dalle radici”: partenza, viaggio, arrivo e primo inserimento in Italia raccontati dagli intervistati
I racconti degli intervistati ci ricordano quanto, nella complessità del quadro delle cause che spingono a lasciare il Paese d’origine, un fattore incalzante è quello della speranza di andare incontro a un futuro migliore, anche se non necessariamente meno precario di quello prospettato in patria. Per organizzare il viaggio in Italia c’è chi ha percorso canali legali e relativamente semplici; chi, invece, ha dovuto appoggiarsi a organizzazioni illecite, anche se non necessariamente rischiose dal punto di vista dell’incolumità. L’investimento economico è spesso consistente, e richiede uno sforzo di tutta la rete parentale, a supporto di chi ha deciso di tentare la migrazione. L’arrivo in Trentino, dunque, può essere l’ultima tappa di un percorso magari durato anni, nel nostro Paese ma non solo. A determinare i luoghi possono concorrere più fattori: la presenza di parenti o di persone conosciute che possono quindi facilitare i contatti con il mercato del lavoro, l’accesso a un luogo dove vivere e dormire, etc.; ma anche la casualità oppure incontri successivi (anche di lavoro) che creano nuovi network che, per quanto limitati e circoscritti, possono aiutare a creare occasioni professionali ulteriori.
Lasciare il proprio Paese significa lasciare parenti e amici, reti di supporto e condivisione della vita quotidiana: per gli adulti spesso significa lasciare partner e figli; per i giovani i genitori. Alcuni migranti, per tempi molto lunghi, non riescono a rientrare neanche per un breve soggiorno e il telefono è e rimane l’unica forma di contatto facilitato, in taluni casi, dall’avvento di nuovi dispositivi e strumenti tecnologici. Anche chi lascia i familiari in condizioni di relativo benessere e magari con il loro stesso supporto alla partenza, sente comunque il peso di una quotidianità che si spezza; di un legame che si allenta. Il tema del ricongiungimento familiare torna di frequente nel corso delle interviste: se è prioritario trovare un lavoro e sistemarsi in modo da avere una relativa stabilità, al secondo posto arriva la necessità di rinsaldare le unioni familiari ricostruendo la convivenza abitativa o, almeno, nello stesso luogo.
I media tendono a riproporre l’immagine di un migrante annientato e annichilito da carestie, guerre, miseria che, non a caso, stupisce se in possesso di smartphone o di altri dispositivi e dotazioni d’avanguardia. Ma i dati, invece, aiutano a ricordare che molti dei migranti che arrivano in Italia non provengono da contesti depauperati; non di rado chi arriva nel nostro paese non è povero, misero, sprovveduto, ma istruito e socialmente capace, per quanto limitato nella lingua (primo, vero, grande limite anche per un efficace e rapido inserimento lavorativo) e nella conoscenza del territorio e del suo funzionamento anche in termini di servizi.
Nel momento dell’arrivo, sicuramente uno dei maggiori fattori di criticità risiede nella scarsa o assente padronanza della lingua italiana. Questo limita le possibilità di lavoro ma anche la qualità dell’accesso ai servizi e la partecipazione alla vita sociale che, non a caso, spesso rimane circoscritta a gruppi di connazionali. Per questo è molto valorizzata da alcuni intervistati la possibilità di aver accesso a corsi di lingua o di dialogo in lingua. Un tema ricorrente è quello dei documenti di soggiorno in Italia e delle procedure necessarie per ottenerli e rinnovarli. L’iter è nella maggior parte dei casi tortuoso, e i disagi hanno limitato fortemente non solo la possibilità di lavorare in modo regolare e poter continuare ad avere titolo per permanere regolarmente in Italia, ma anche di spostarsi per rientrare in patria. Nel superamento delle difficoltà e dei disagi insiti nell’arrivo in Italia, nell’ottenimento dei documenti come pure nella ricerca di lavoro un ruolo cruciale in termini di supporto, solidarietà e reciprocità è svolto da diversi attori: amici e parenti, connazionali conosciuti in Italia, ma anche italiani.

L’inserimento nel mercato del lavoro locale
Il mercato del lavoro rivano vede una presenza di stranieri fortemente concentrata in alcuni settori e segmenti, in risposta al fabbisogno di lavoro stagionale nel settore turistico-alberghiero e della ristorazione ma anche di lavoro di cura coresidente. Il reclutamento della manodopera straniera generalmente non avviene attraverso l’intermediazione di organizzazioni formali specializzate. Gli intervistati si appoggiano alle reti informali create da altri immigrati, dunque privilegiando ampiamente le informazioni veicolate dalle relazioni personalistiche e familiari, oppure la via dell’“auto-candidatura”, rispetto a intermediari istituzionali e non (servizi specializzati quali le agenzie interinali e istituzioni solidaristiche). Relativamente a questi ultimi, peraltro molto più sollecitati e interpellati in questa prolungata fase di crisi economica, si coglie tra gli intervistati un certo senso di sfiducia e l’impressione che non siano effettivamente incisivi ed efficaci nell’offrire opportunità lavorative.
Nel caso dei lavoratori inseriti nel comparto turistico, a periodi di lavoro molto intenso nel pieno della stagione, seguono periodi di inattività, in cui il lavoratore entra in disoccupazione. Sono state riportate da più intervistati situazioni vissute e percepite in termini di sfruttamento, descrivendo casi di mancato rispetto delle condizioni contrattuali da parte del datore di lavoro. Se alcune circostanze possono essere lette come l’effetto di una richiesta “iniqua”, spesso dettata dalla maggiore flessibilità sugli orari che il datore si aspetta da un lavoratore immigrato, non è da escludere che in certe situazioni sia frutto di un tacito “accordo” tra datore di lavoro e straniero, laddove quest’ultimo dà espressamente la sua disponibilità a fare più ore di lavoro rinunciando anche al giorno di riposo per poter aumentare le entrate. L’atteggiamento dei lavoratori nei confronti dell’esperienza dell’essere discriminato, vissuta da alcuni intervistati, raramente ha attivato una strategia di tutela o di protesta. Spesso viene raccontata come un fatto della vita da accettare per quello che è, che ci si attende in quanto stranieri e che si vive con rassegnazione.
Dalle interviste si percepisce che la prolungata fase di recessione economica ha reso più diffuso e radicato un senso di precarietà come pure timori rispetto alla propria condizione e a quella della famiglia. E in tale clima l’aspetto lavorativo si carica di maggiore rilevanza, andando ad impattare fortemente sul benessere e sulla salute delle persone. Difficile cogliere nei racconti degli intervistati una lettura della rilevanza del lavoro in termini di realizzazione personale e soddisfazione per la propria carriera. La narrazione rimane centrata sulla salienza del lavoro in quanto mezzo che deve garantire la sussistenza economica, in tempi tanto difficili e incerti.
Inoltre, c’è la consapevolezza che le posizioni lavorative degli immigrati, nonostante qualche cenno di rientro degli italiani in alcune occupazioni, rimangono ancora quelle socialmente svalutate, spesso precarie e mal pagate.

L’esperienza dell’accesso ai servizi del territorio comunale
Si è approfondita con particolare attenzione la questione dell’accesso ai servizi del territorio, principalmente quelli pubblici, ma senza dimenticare il ruolo della rete del privato sociale.
Quasi tutte le persone contattate hanno espresso un giudizio complessivamente positivo rispetto all’accesso agli uffici pubblici del territorio rivano. Seguendo le parole di un intervistato, si può dire che sembra ovunque garantito un livello “minimo” di qualità del servizio reso dall’amministrazione, nella consapevolezza che un ruolo cruciale è giocato dalla preparazione e dall’atteggiamento del funzionario con cui ci si interfaccia di volta in volta. Se vengono riconosciuti i progressi avvenuti nel tempo nella gestione dell’utenza straniera da parte degli uffici pubblici, si segnala però che ancora oggi può capitare di percepire di ricevere informazioni parziali e lacunose, se non addirittura scorrette, su una materia di per sé peraltro molto complessa. Non mancano i casi in cui il cittadino, di fronte ad uno sportello pubblico, ha percepito di ricevere un trattamento differenziale in quanto straniero, si è sentito mettere in posizione di inferiorità. Scarse competenze linguistiche e sommarie conoscenze delle norme vigenti hanno interferito nell’interazione con l’apparato amministrativo, rappresentando un forte elemento di fragilità dell’immigrato.
Relativamente al rapporto degli immigrati con enti e associazioni del privato sociale, si coglie chiaramente quanto la funzione di sostegno assicurata da questi sportelli e servizi sia stata particolarmente sollecitata in concomitanza con l’inasprirsi degli effetti della crisi economica. Laddove un bisogno non ha trovato risposta dall’ente pubblico, si è spesso cercato di attivare i servizi resi da questa rete della solidarietà. Con la conseguenza che anche per queste istituzioni facilitatrici è sempre più complicato fare fronte a tutte le richieste espresse dalla componente più fragile e vulnerabile della popolazione, straniera e non.

La vita a Riva del Garda e il senso di appartenenza alla città
Durante le interviste si è cercato di comprendere la composizione etnico-nazionale delle persone frequentate dagli intervistati nel tempo libero e il tipo di contatto con le persone di origine italiana (ad esempio, i vicini di casa); gli intervistati sono stati invitati a raccontare anche le attività svolte e gli spazi frequentati nel tempo libero. Sono minoritari i casi in cui gli intervistati hanno descritto legami di frequentazione e amicizia con persone che non siano connazionali. Nelle narrazioni dei rapporti con gli italiani spesso compaiono i termini “diffidenza”, “freddezza”, si percepisce che il contatto con gli autoctoni è spesso superficiale. Solo nel caso dei più giovani, è significativamente più probabile essere inseriti in reti sociali composte anche da italiani. C’è però anche il caso di chi ritiene che le relazioni con gli italiani siano più soddisfacenti rispetto a quelle con i connazionali; oppure il caso di chi può contare su solidi legami di amicizia sia con i connazionali che con gli autoctoni.
Sovente i rapporti con italiani più citati sono quelli di vicinato, che possono essere anche i più vivaci. Si tratta di situazioni in cui le persone sono in una certa misura “obbligate” a incontrarsi e ad avere delle interazioni, che spesso si fermano ad un livello di superficialità, ma in alcune occasioni vengono approfondite e rappresentano il punto di partenza di rapporti più intimi, densi di fiducia e supporto reciproco, seppur siano circoscritti ad un numero limitato di persone di origine italiana.
Parlando del modo in cui viene trascorso il tempo libero, la netta maggioranza degli intervistati non percepisce alcuna “barriera all’ingresso” simbolica quando si tratta di luoghi pubblici della città, perlomeno finché si tratta di attività che vedono il coinvolgimento dell’intervistato e della sua famiglia. Passeggiate in città, al lago o in montagna, momenti trascorsi presso centri commerciali o le visite ai propri amici sono le attività più frequentemente citate. Molto meno diffusa risulta essere la frequentazione di locali (bar, ristoranti) o la scelta di optare per attività culturali a pagamento. Nel vissuto del proprio tempo libero, incidono le possibilità economiche della famiglia e la scarsità di tempo libero a disposizione, dal momento che alla sfera lavorativa viene riconosciuto uno spazio predominante, soprattutto nel periodo del picco del lavoro stagionale o nel caso delle assistenti familiari.
Certamente le interviste segnalano diversi gradi di volontà e capacità di prendere parte a luoghi e occasioni della socialità secondo modalità più o meno assimilative, come pure volontà di vivere apertamente la propria distinzione identitaria. Alcune persone, che potremmo definire “impresari” del proprio gruppo nazionale di riferimento, di volta in volta negoziano con diversi attori locali la possibilità di fruire di spazi pubblici per attività di leisure indirizzate ai connazionali. Questo processo non è esente da difficoltà e limiti, e gli spazi “concessi” a queste attività di mantenimento di pratiche culturali e la logistica stessa vanno a vincolare proprio le attività e le possibilità di partecipazione alle stesse. Ma oltre alla fatica, sono state messe in luce anche la proficua collaborazione e il dialogo con l’amministrazione locale, e la negoziazione per l’utilizzo di spazi da adibire ad attività culturali o di pratica religiosa. La questione della ricerca di spazi per organizzare ritrovi con i connazionali e attività ricreative nel tempo libero è sentita molto profondamente, data anche la presenza di molte famiglie e quindi di minori a cui si vorrebbe garantire la possibilità di conoscere e mantenere alcune pratiche del Paese d’origine. Gli spazi gestiti dalle associazioni di stranieri vengono rappresentati come luoghi per il tempo libero più sicuri e “protetti” per i bambini e i ragazzi rispetto a quelli frequentati dai coetanei italiani: sono considerati contesti in cui è possibile esercitare più incisivamente il controllo sociale sulle seconde generazioni, affrontare in maniera congiunta anche casi di devianza sociale da parte di alcuni membri del gruppo nazionale o sostenere famiglie di connazionali in difficoltà. La necessità di garantire ai più giovani momenti di aggregazione in spazi più “protetti” e connotati in senso identitario sembra pressante anche perché, pensando a Riva del Garda, viene lamentata la scarsità dell’offerta di attività e luoghi di svago più appetibili proprio per i ragazzi.
Vale la pena citare l’esperienza raccontata da una intervistata, che ci aiuta a prendere in considerazione il fatto che indossare un certo “abbigliamento religioso” può limitare significativamente l’accesso agli spazi pubblici da parte di alcuni cittadini stranieri, creando vissuti e sensazioni di imbarazzo o la vera e propria percezione di risultare “sovraesposti” all’attenzione altrui. Il lago di Garda diventa così un luogo di cui si fruisce “facendo a turno”: i cittadini stranieri che risultano “più visibili” nella loro diversità per un tratto del loro abbigliamento scelgono di frequentarlo nei momenti della giornata in cui è meno probabile incrociare altre persone.
Dalle interviste emerge complessivamente un senso di “benessere” personale rispetto alla vita a Riva, dove si è trovata una dimensione di vita rispetto alla quale ci si sente a proprio agio, “a casa”. Non a caso, più intervistati definiscono Riva il loro “villaggio”. Molti utilizzano il termine “tranquillità” quando devono individuare un aspetto che apprezzano in particolare della loro vita in città.
Richiamando preoccupazioni che spesso attraversano anche la popolazione autoctona e che le cronache riportano periodicamente, alcuni degli intervistati sollevano timori rispetto alla questione della sicurezza urbana e del decoro della città. Ed emerge anche la “paura dell’invasione”. Il graduale aumento della popolazione straniera presente a Riva, nonché gli sbarchi più recenti di profughi e richiedenti asilo, vengono infatti interpretati come una minaccia allo stato di relativo benessere raggiunto faticosamente dopo anni di lavoro in Italia.
Rispetto alle prospettive future, anche in termini di permanenza a Riva del Garda, un tratto ricorrente risulta quello dell’incertezza. Come efficacemente detto da un intervistato, “il futuro in Italia non è un libro chiuso”. Il desiderio sarebbe quello di rimanere a vivere nella città in cui si è investito e si ha una qualità della vita soddisfacente, ma permane un senso di precarietà rispetto alla propria condizione. Non sembra comunque che si progetti un ritorno nel Paese d’origine, nonostante le difficoltà e l’impatto della crisi, dati tutti i sacrifici fatti.
Il senso di incertezza è alimentato anche dal clima che l’immigrato percepisce nel contesto di destinazione, dalle modalità in cui la società “vive” la presenza straniera, include o esclude. A volte accade che siano gli autoctoni a continuare a far sentire straniero chi in realtà si sente a casa a Riva del Garda e non più nel Paese di origine. Non mancano i casi in cui la percezione di vivere forme di esclusione, di pregiudizio, se non addirittura di marcata ostilità dettate dalla diversità di credo religioso, è molto forte. Ci sono gruppi nazionali che devono fare una fatica aggiuntiva rispetto ad altri per farsi includere nel tessuto sociale della comunità locale. E che chiedono anche alle istituzioni, in particolare quella scolastica, di promuovere un dialogo che sia capace di produrre conoscenza autentica e non deformata di alcuni aspetti delle culture di origine. Si pensi alla confusione e ai pregiudizi che sovente caratterizzano il dibattito sull’Islam, e all’impatto immediato che questo comporta nella quotidianità del cittadino appartenente ad un certo gruppo nazionale. Il problema è maggiormente sentito quando si tratta delle seconde generazioni, che vivono la socializzazione con il gruppo di pari senza particolari conflitti e tensioni, ma inevitabilmente subiscono il peso del pregiudizio radicato tra alcuni adulti.

Il fenomeno migratorio a Riva del Garda tra presente e futuro: un confronto con alcuni testimoni privilegiati
Il focus group al quale hanno partecipato professionisti provenienti da diversi settori di impiego (amministrazione comunale, mondo della scuola, mondo del lavoro, terziario sociale) ha palesato la complessità di un fenomeno dalle mille sfaccettature e dalle mille declinazioni. C’è consenso generale sul fatto che il lavoro rappresenta di gran lunga l’elemento caratterizzante la presenza di persone immigrate a Riva, in particolare le opportunità di lavoro stagionale e quelle nel settore della cura e assistenza degli anziani. Si tratta anche dell’aspetto che legittima maggiormente la presenza straniera agli occhi della cittadinanza: finché lo straniero lavora, difficile che si abbiano attriti o valutazioni critiche da parte degli autoctoni. Molti imprenditori si rivolgono a manodopera straniera perché ritenuta più affidabile e maggiormente disponibile a lavorare in orari scomodi o prolungati, in relazione alla stagionalità. Si prevede che, se gli italiani continueranno a rifiutare determinate opportunità di lavoro, continuerà a esserci un flusso migratorio in ingresso per far fronte alle necessità del tessuto produttivo, magari meno sostenuto rispetto al passato, ma comunque presente.
Si ritengono necessarie politiche di integrazione e di accoglienza nel mondo della scuola, per garantire pari opportunità di inserimento e successo scolastico a tutti gli alunni, soprattutto quelli ricongiunti in adolescenza, con maggiori difficoltà linguistiche.
I partecipanti al focus group sembrano riconoscere la multiculturalità come dato di fatto verso cui si tende: fenomeno da riconoscere e di cui prendere atto. In questo quadro diviene difficile pensare che il flusso migratorio si fermerà. Piuttosto, quello che potrebbe accadere di fronte ad un cattivo governo del fenomeno, è il crescere dell’insicurezza, del degrado e di forme di competizione sociale al ribasso (“guerra tra poveri”).
Pensando al futuro, si è consapevoli del fatto che le nuove generazioni di origine straniera potrebbero non essere più disposte ad accettare posizioni subalterne, come accaduto per i genitori. Per l’integrazione un ruolo fondamentale viene riconosciuto alla scuola: allora la politica può intervenire continuando a sostenere i progetti che favoriscono esperienze costruttive. Più si lavora con i ragazzi per costruire intercultura, più si costruisce tolleranza.

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(ultimo aggiornamento: 28/03/2017)

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