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mediazione interculturale

MEDIAZIONE CULTURALE

Come e perché nasce l’esigenza della mediazione culturale? Qual è il suo ruolo nel contesto europeo e italiano?

Gli spazi di incontro, di dialogo, di mediazione non esistono per natura, ma, al contrario, vanno conquistati, creati, istituiti, difesi, utilizzati e gestiti. Si tratta di percorsi che devono essere consapevolmente e intenzionalmente costruiti. E’ quanto afferma il ricercatore Massimiliano Fiorucci, autore delle pubblicazioni: “La mediazione culturale. Strategie per l’incontro” e “La didattica come luogo di mediazione interculturale”. Le riflessioni sul tema mediazione culturale vanno collocate all’interno della prospettiva di ricerca della pedagogia interculturale che costituisce una disciplina di frontiera in cui si inseriscono non solo i saperi pedagogici, ma anche quelli psicologici, antropologici, storici, geografici, economici, sociologici, letterari, linguistici, filosofici, ecc. L’educazione interculturale, com’è noto, si muove lungo due direttrici: da una parte si occupa delle strategie di inserimento degli stranieri (nella scuola, nel sistema formativo, nella società), dall’altra, che è la più importante, si rivolge alla maggioranza, agli autoctoni, agli italiani chiedendo loro di decentrare il proprio punto di vista, invitandoli a rimettere in discussione la loro visione. E’ in questa direzione che bisogna investire di più in termini di formazione. Ma quali sono oggi gli spazi, i luoghi e i tempi della mediazione? Si chiede Fiorucci. E’ possibile individuare almeno tre livelli di mediazione sui quali è necessario lavorare per costruire una società interculturale.
Un primo livello è quello della mediazione in senso ampio, di una mediazione in alcuni casi anche non intenzionale, ma che comunque avviene. Questo primo stadio si potrebbe definire come il livello della comunicazione culturale e un ruolo importante lo hanno i mass media, l’azione politica, i partiti, la chiesa, la famiglia, il sindacato, le politiche istituzionali, le associazioni, etc.
Un secondo livello è legato all’ambito della mediazione interculturale. Gli spazi di intervento sono più ampi in questo caso, nel senso che è possibile intervenire in modo più diretto e tempestivo nei confronti della realtà all’interno della quale l’incontro e la comunicazione accadono. E’ in questo campo che andrebbero concentrati i maggiori sforzi in termini di investimenti formativi. Si tratta, in altri termini, di dotare di una formazione interculturale, di una consapevolezza interculturale tutti coloro che operano nei servizi sociali, nei servizi sanitari, nelle strutture socio-educative, nelle carceri, nelle questure, ecc. Vi sono anche nella storia italiana molti esempi di questo tipo di mediazione interculturale. Nel riportare il passato migratorio degli italiani, il ricercatore Massimiliano Fiorucci fa riferimento all’opera svolta dagli psichiatri Michele Risso e Wolfang Boker e al loro lavoro con gli emigrati italiani in Svizzera. I due psichiatri, che operavano a Berna durante gli anni sessanta, non riuscivano nelle prime fasi della loro attività a fornire risposte coerenti ai pazienti italiani che chiedevano loro di essere aiutati. Il disagio degli emigrati italiani, la loro malattia era di natura essenzialmente culturale. Non riuscendo a far fronte ai problemi dei lavoratori italiani con gli strumenti della psichiatria tradizionale, Risso e Boker decisero di studiare le opere di Ernesto De Martino (“Il mondo magico, Sud e magia”) per cercare di penetrare nell’universo culturale di riferimento dei loro pazienti, nel loro immaginario. Tale impostazione del loro lavoro si rivelò efficace e positiva e consentì loro di ottenere buoni risultati terapeutici. La loro esperienza è riportata nel volume “Sortilegio e delirio. Psicopatologia delle migrazioni in prospettiva transculturale” (pubblicato in Svizzera nel 1964 e tradotto in Italia nel 1992).
Un terzo livello di mediazione è rappresentato dalla mediazione linguistico-culturale. Il ricercatore Fiorucci ricorda e sottolinea come, almeno in questa fase storica dell’Italia, i mediatori linguistico – culturali debbano essere di origine straniera. Ciò consente loro, infatti, avendo vissuto direttamente sulla propria pelle l’esperienza migratoria di esercitare meglio il proprio lavoro. Tale posizione però, se portata all’estremo, potrebbe presentare il rischio di prefigurare per il mediatore linguistico-culturale una sorta di professione etnica.

Come e perché nasce l’esigenza della mediazione culturale?

Stranieri e autoctoni, com’è noto, fanno riferimento a competenze comunicative differenti, efficaci per la comunicazione nei contesti di appartenenza e non automaticamente anche in altri all’interno dei quali vigono, in molti casi, regole, norme, codici e comportamenti diversi. Il processo comunicativo si incentra sulla relazione, così come, sulla relazione si incentra e si fonda ogni processo di mediazione che voglia dirsi tale. Questa relazione può fondarsi su equilibri comunicativi sbilanciati in senso asimmetrico oppure su rapporti di reciprocità relazionale. La comunicazione interculturale è un’operazione di integrazione e di reciproco adattamento, è, in definitiva, un tentativo concreto di superamento dell’etnocentrismo.
La parola mediazione è adatta ad indicare un processo mirato a far evolvere dinamicamente una situazione di conflitto, aprendo canali di comunicazione che si erano bloccati nel tentativo di giungere, attraverso un lavoro di negoziazione e contrattazione che vede coinvolti più soggetti le cui posizioni risultano dissonanti, a una intesa condivisa.
La psicologa francese Margalit Cohen Emerique distingue tre diversi tipi di significati del termine mediazione, a ciascuno dei quali corrisponde un tipo di intervento. Il primo significato corrisponde all’azione di intermediario, in situazioni dove non c’è conflitto bensì difficoltà di comunicazione. Il tipo di mediazione che si svolge in questa situazione consiste nel facilitare la comunicazione e la comprensione tra persone di culture diverse, nel dissipare i malintesi tra l’immigrato e gli attori del sociale: malintesi dovuti in primo luogo a un sistema diverso di codici e valori culturali. Un altro tipo di significato fa riferimento all’area della risoluzione dei conflitti di valore tra la famiglia immigrata e la società di accoglienza o all’interno della famiglia (conflitti generazionali, di coppia, etc). Un terzo tipo di significato fa riferimento al processo di creazione: implica l’idea di trasformazione sociale, di costruzione di nuove norme basate su azioni eseguite in collaborazione tra le parti in causa e finalizzate alla risoluzione dei problemi; è un processo dinamico attivo.

I livelli della mediazione culturale

La mediazione culturale costituisce un processo duplice e reciproco di decodifica della comunicazione che si esplica a diversi livelli:
a) un livello di ordine pratico-orientativo-informativo cui fanno riferimento quei compiti e quelle funzioni che il mediatore svolge nei confronti del proprio gruppo di appartenenza e nei confronti, eventualmente, degli operatori del servizio presso cui si trova ad operare (consultori familiari e pediatrici, servizi educativi per la prima infanzia, scuole, servizi sociali e sanitari, etc). Il mediatore informa, traduce le informazioni, avvicina il servizio, lo rende al tempo stesso più accessibile e più trasparente. Contemporaneamente informa gli operatori del servizio rispetto a specificità culturali, differenze e tratti propri della comunità d’origine.
b) un livello linguistico-comunicativo, cioè quando la mediazione riveste un ruolo di traduzione, interpretariato, prevenzione e gestione dei fraintendimenti, malintesi, blocchi comunicativi. Il compito del mediatore non si limita alla traduzione fedele di messaggi e informazioni, ma si propone di chiarire anche ciò che è implicito, di svelare la dimensione nascosta, di dare voce alle domande silenziose e al non detto.
c) un livello psico-sociale, relazionale e culturale, in cui il mediatore può assumere inoltre un ruolo di cambiamento sociale, di stimolo per la riorganizzazione del servizio, di arricchimento della programmazione e delle attività che il servizio conduce. In questo caso, il servizio, oltre a diventare più accessibile e accogliente, diventa anche un luogo di riconoscimento delle minoranze, di visibilità delle differenze e degli apporti culturali diversi.

La mediazione interculturale nel contesto europeo e italiano

Il primo numero (gennaio 2006) della rivista “Dossier immigrazione” pubblicata dall’Osservatorio delle immigrazioni di Bologna parla della mediazione interculturale nel contesto del dibattito sulle politiche di integrazione degli immigrati. La mediazione ha visto prevalere in Europa due prospettive contrapposte: quella assimilazionista alla francese, che si contraddistingue per l’orientamento di tipo universalista, diretto a favorire l’accesso individuale ai diritti di cittadinanza e quella di stampo più multiculturale, propria dei paesi del nord, Olanda e Svizzera in testa ma anche Germania e Gran Bretagna, dove le politiche dei servizi cercano di tenere conto, in misura variabile a seconda dei casi, delle specificità dei gruppi immigrati. Particolarmente significativa appare l’esperienza dei tre principali Paesi di vecchia immigrazione, e cioè Germania, Francia e Gran Bretagna. Qui, la sfida principale è sempre stata rappresentata dalle forti concentrazioni di immigrati nei quartieri più degradati delle periferie o dei centri storici, come nel caso dei turchi a Berlino, dei maghrebini a Tolosa e nella zona nord di Marsiglia, significativamente soprannominata “triangolo della povertà”, etc. In altre parole, ad emergere in primo piano in tutti questi casi è il circolo vizioso tra segregazione abitativa e diversità etnico-culturale, che ha dato luogo talora a episodi di violenza e guerriglia urbana, come a Birminghan nel 1985, a Marsiglia nel 1995 e di recente a Parigi. Il problema di costruire relazioni postive con popolazioni emarginate sia dal punto di vista economico che sociale e culturale, ha portato in tutti questi contesti alla promozione di politiche di mediazione interculturale e di riconoscimento delle associazioni di immigrati. Le funzioni principali della mediazione interculturale sono la prevenzione e/o ricomposizione dei conflitti e il coinvolgimento degli immigrati nelle politiche e nei servizi della città. Ad esempio, in Germania i mediatori interculturali sono attivamente coinvolti nei progetti di riqualificazione urbana dei quartieri a più alta densità immigrata. Anche in Gran Bretagna la mediazione viene utilizzata per favorire l’accesso degli immigrati ai servizi offerti dalle amministrazioni comunali: è il caso del progetto Linkworker a Manchester che dal 1992 vede impegnati 12 mediatori interculturali che assicurano consulenza e informazione sui servizi della città in 13 lingue.

L’Italia, paese di nuova immigrazione ha mostrato sin dall’inizio una certa apertura nei confronti della diversità culturale, come messo in luce dall’art.1 della prima legge sull’immigrazione (n.943/1986), che, accanto all’eguaglianza tra lavoratori immigrati e italiani nell’accesso ai diritti sociali, riconosce anche un diritto specifico alla protezione della cultura e della lingua d’origine. Tuttavia, è solo la legge n.40/1998 che parla esplicitamente di mediazione interculturale e prevede l’utilizzo di mediatori interculturali al fine di agevolare i rapporti tra le singole amministrazioni e gli stranieri e nell’ambito scolastico. Tali indirizzi di policy dell’immigrazione appaiono del tutto coerenti con le numerose sperimentazioni avviate già agli inizi degli anni Novanta in molte città del centro - nord. E’ l’esempio anche del Cinformi, il Centro informativo per l’immigrazione della Provincia autonoma di Trento che, come avviene a Manchester, ha un servizio di mediazione interculturale con persone di varie nazionalità che offrono servizi di informazione e orientamento agli immigrati soggiornanti nel territorio trentino.
Riferimenti:
Massimiliano Fiorucci, La mediazione culturale. Strategie per l'incontro, Armando, Roma 2000; La didattica come luogo di mediazione interculturale, in “Prospettiva EP.

(ultimo aggiornamento: 06/11/2012)

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