Ogni persona estranea al nostro mondo personale da un lato rappresenta una minaccia e l’incarnazione stessa dell’incertezza, dall’altro è un punto concreto su cui focalizzare le nostre paure, altrimenti indefinite. La percezione condivisa rispetto alla comunità urbana è quella di un mondo pericoloso in cui la misura più urgente da prendere è quella di eliminare estranei invadenti e forieri di potenziali pericoli.
La parola comunità, di per sé, emana una sensazione piacevole, qualcosa di familiare. L’interno della comunità è un “luogo” dove possiamo rilassarci, senza grossi pericoli; dove è garantita la comprensione reciproca, dove nessuno risulta essere estraneo ma piuttosto persona di cui ci si può fidare. Semmai esistesse realmente una comunità così concepita, questa significherebbe la perdita di libertà in cambio di servizi, erogati o promessi. L’assenza di comunità è assenza di sicurezza come, del resto, la presenza di comunità fa emergere, invece, una mancanza di libertà. L’insicurezza è l’endemica incertezza che attanaglia tutti noi in un mondo dove concetti come flessibilità e liberalizzazione sembravano fuori luogo solo alcuni anni fa. Cerchiamo l’individuale, la soluzione personale a problemi che invece sono comuni; il nostro io ci appare l’unico punto fisso in uno spazio mutevole, come afferma Bauman.
La conseguenza è quindi la spasmodica ricerca di sicurezza come rimedio ai disagi della nostra incertezza interiore che si estende, a partire dal nostro corpo, verso l’esterno: la nostra casa, il quartiere dove viviamo, la nostra città, lo Stato.
Escobar sottolinea come “questa paura nuova - o che tale ci appare - si manifesta nell’immaginario diffuso come rischio incombente che il mondo perda la sua forma, che l’Est venga a Ovest, che il Sud salga al Nord… la nostra percezione dei confini s’è fatta angosciosa... l’esclusione che non ci riesce verso l’esterno deve essere spostata all’interno: nelle coscienze, nell’immaginario, nella mente sociale.”
Chiaretti, a tale proposito, chiarisce come “tali confini hanno infatti poco di materiale, sembrano essere più simili a barriere psicologiche, rituali e simboliche, che dovrebbero difenderci dallo straniero sempre più “interno”, sempre più tra noi.”
Ogni persona estranea al nostro mondo personale da un lato rappresenta una minaccia e l’incarnazione stessa dell’incertezza, dall’altro è un punto concreto su cui focalizzare le nostre paure, altrimenti indefinite. Si parla ben poco di incertezza esistenziale ma moltissimo di minacce alla sicurezza delle strade, delle case e della gente. La percezione condivisa rispetto alla comunità urbana è quella di un mondo pericoloso in cui la misura più urgente da prendere è quella di eliminare estranei invadenti e forieri di potenziali pericoli.
Il “vivere assieme” nella città globale, così come prospettata da Sassen, spesso si riduce a meri gruppi eterogenei di esseri umani in circolazione. Via via che tale massa diventa sempre più eterogenea cresce il dubbio di non essere in grado di decifrare i messaggi contenuti in visioni a noi non familiari. Di qui a proiettare le nostre paure su coloro che le hanno scatenate il passo è breve. La “pericolosità” della vita urbana sta, per l’appunto, nella sua eterogeneità, vista spesso come minaccia all’”ordine sociale”, o meglio a una “società ordinata”, a dirla con Bauman.
Si è sempre dato per scontato come la presenza di “estranei” sul territorio dei “locali” sia stato un problema dei paesi ospitanti, così come descritto da Lévi-Strauss, ai quali si prospettavano due alternative: una soluzione antropofagica, altrimenti definita assimilazione e sostenuta pressoché da tutti gli stati nazionali, o una soluzione antropoemica, che si esplica nel rigettare tout court lo straniero.
Ma, se in epoche precedenti, perseguire l’una o l’altra delle vie poteva avere un senso, oggi, nella società globale dove, con la compressione spazio-tempo, il “dentro” e il “fuori” non è più il presupposto, tali vie sembrano ampiamente superate. Viviamo in una società dove nessun modello culturale può proclamarsi superiore. Dobbiamo semmai porre attenzione affinché l’insicurezza, sia tra autoctoni sia tra stranieri, non trasformi il “multiculturalismo” in “multicomunitarismo”, come Bauman sostiene. In questa nostra epoca del disimpegno dobbiamo far sì che la “differenza” non diventi “indifferenza”, barricata dietro le mura difensive delle diversità culturali. C’è bisogno di superare il concetto di cultura attraverso la volontà di una ricerca di umanità comune nell’altro, visto non più solo come culturalmente diverso ma soprattutto come umanamente uguale.
Riferimenti
Voglia di comunità, Bauman Zygmunt, Laterza, 2005
Dentro la globalizzazione, Le conseguenze sulle persone, Bauman Zygmunt, Laterza, 2005
Immigrazione e trasformazione della società, Chiaretti Giuliana, “Da stranieri a migranti”, in Basso P. e Perocco F. (a cura di), Franco Angeli, Milano, 2000
Tristi tropici, Lévi-Strauss Claude, Il Saggiatore, 2004
The Global City: New York, London, Tokyo, Sassen Saskia, Princeton University Press, 2000
Metamorfosi della paura, Escobar Roberto, Il Mulino, 1997
(ultimo aggiornamento: 30/06/2010)