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INTEGRAZIONE E PARTECIPAZIONE: INTERVISTA AL PROFESSOR ENZO COLOMBO

“Non c’è un modo per rispondere alle domande dei migranti, perché queste sono per loro natura altamente differenziate. Per alcuni aspetti sono assolutamente interessati a partecipare ai modelli di decisione, alla vita sociale; per altri, però, se questo richiede una perdita completa del riconoscimento o della cittadinanza del Paese di partenza, molto spesso ci sono forti resistenze”. Lo ha detto al microfono del Cinformi il professor Enzo Colombo dell’Università degli Studi di Milano.

Professor Colombo, che trasformazioni hanno subito i processi migratori negli ultimi decenni?

Dunque, sicuramente negli ultimi decenni i processi migratori hanno subito delle trasformazioni radicali rispetto alle caratteristiche che si presentavano nel periodo classico della modernità, periodo in cui sostanzialmente il flusso migratorio era orientato a fornire manodopera o riserva di manodopera per la grande produzione industriale. Oggi una serie diversificata, per molti aspetti convergente, di trasformazioni che potremmo semplificare con il termine di globalizzazione, fanno sì che contemporaneamente la migrazione sia qualcosa di molto più a portata delle singole persone, dei singoli gruppi sociali. E qui sicuramente ha influenza sia la dimensione tecnica che ha favorito lo sviluppo di mezzi di spostamento rapidi e per certi aspetti sicuramente economici, dall’altro anche una dimensione più culturale, più simbolica, che in qualche modo rende la migrazione un universo di riferimento, di possibilità anche per persone che in passato erano escluse da questo ciclo, da questo movimento. Questo fa sì che la migrazione sia caratterizzata da un lato per una maggior diversificazione: i gruppi sociali che migrano sono molto diversi, sono diversi per possibilità economiche, sono diversi per genere, sono diversi per età, sono diversi per capacità imprenditoriali e professionali. Dall’altro, rende il processo migratorio molto più articolato di un semplice radicale spostamento e distacco dalla comunità di partenza. Certo il rapporto con le comunità di partenza è sempre stato piuttosto articolato, si è sempre cercato di mantenere un legame solido, un legame stabile con la comunità di partenza. Ma molto spesso, nei periodi della modernità, questo era di carattere più simbolico e volontaristico che reale. Oggi invece è possibile che questi legami siano legami basati anche in azioni concrete, stabili. Il migrare non è più un perdere i legami con la comunità, ma è ricostruire i legami con la comunità in modo diverso, molto spesso in modo mediato. Questo fa sì che sempre di più si parli, ad esempio, di trasmigranti per riferirsi appunto a questo spazio transnazionale che rende possibile leggere ciò che si fa in un contesto di immigrazione inserendolo però nelle logiche che questo assume nel contesto di partenza.

E quindi che implicazioni hanno queste trasformazioni nei contesti locali anche in termini di politiche di integrazione?

Sicuramente questa trasformazione, quindi il fatto che la migrazione sia contemporaneamente molto più diversificata e nello stesso tempo non abbia necessariamente un carattere - per lo meno simbolico – di piena integrazione, di assimilazione, fa sì che le richieste stesse dei migranti, sono richieste di partecipazione, di inclusione alla comunità nella quale si trovano a vivere; sono molto più diversificate. Da un lato non possiamo più pensare che il problema dei migranti sia un problema eccessivamente generalizzabile: non c’è un modo per rispondere alle domande dei migranti, perché queste sono per loro natura altamente differenziate. La seconda questione è che la dimensione transnazionale fa sì che la principale richiesta delle popolazioni migranti sia sempre meno quella di una piena e totale integrazione, e sia invece molto di più articolata su una dimensione che potremmo definire di accessibilità, cioè la possibilità di poter partecipare, di poter essere inclusi nei meccanismi decisionali, la possibilità di avere una certa libertà nel definire il proprio spazio di vita quotidiana, senza per questo dover concedere uno spazio eccessivo all’acculturazione, alla condivisione delle regole culturali del gruppo autoctono, una piena conversione nei modelli di vita del gruppo autoctono. Quindi, diciamo che la cittadinanza viene in qualche modo a rendersi stratificata, non può essere più concepita come una forma totale di inclusione od esclusione, ma i migranti stessi richiedono forme diversificate: per alcuni aspetti sono assolutamente interessati a partecipare ai modelli di decisione, alla vita sociale, alla vita attiva; per altri, però, se questo richiede una perdita completa del riconoscimento o della cittadinanza del Paese di partenza, molto spesso ci sono forti resistenze.

(ultimo aggiornamento: 08/09/2009)

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