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DONNE MIGRANTI: UN PROTAGONISMO IN BILICO TRA SEGREGAZIONE E INTEGRAZIONE?*

Sia che si parli di migrazioni femminili per motivi familiari o matrimoniali, sia che ci si riferisca a migrazioni femminili autonome, si è ormai consapevoli del fatto che le donne non possono essere considerate semplicemente persone al seguito “passive”, con scarsa autonomia e modesta influenza sui processi in cui sono coinvolte.

Ormai da tempo studiosi (e studiose) sono riusciti con successo a far emergere dall’ombra le migrazioni femminili in molte discipline, riconoscendole come protagoniste dei processi migratori. Sembra dunque superata quella fase in cui, come acutamente osservava Morokvaśic (1984), gli studi sui flussi migratori risultavano in maniera persistente “male biased”, quando invece le donne potevano a pieno titolo essere considerate a loro volta “birds of passage”. Sia che si parli di migrazioni femminili per motivi familiari o matrimoniali, sia che ci si riferisca a migrazioni femminili autonome, si è ormai consapevoli del fatto che le donne non possono essere considerate semplicemente persone al seguito “passive”, con scarsa autonomia e modesta influenza sui processi in cui sono coinvolte, o comunque che le loro esperienze non rispecchiano i modelli migratori maschili, tanto che le potenziali differenze tra i due flussi migratori possiedono sicuramente un’alta significatività teorica. In questa prospettiva, l’aspetto che ha maggiormente rappresentato il focus di molti studi è stato quello dei processi discriminatori subiti dalle donne, e un elemento di forte interesse è ancora chiaramente costituito dal fatto che esse rappresentano una forza lavoro molto sfruttata e vulnerabile, perché più flessibile, di immediata reperibilità e, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso migratorio, meno “esigente”. Si pensi a concetti quali “doppia”, “tripla”, “quadrupla” discriminazione: processi di discriminazione nei confronti delle donne migranti nei quali transitano e si intrecciano diverse componenti, traducendosi in molteplici configurazioni. Non si tratta dunque solo di stereotipi di genere: c’è anche un “ethnic penalty” da pagare, e a ciò si aggiungono forme di discriminazione connesse alla classe, e frequentemente al colore della pelle. E tre livelli di discriminazione (razza, genere e classe) rappresentano le dimensioni del lavoro domestico in Italia (Colombo, 2003): l’importazione “di accudimento e amore dai paesi poveri verso quelli ricchi”, tendenza di dimensioni mondiali che ha legami profondi con molteplici aspetti delle nostre società, ha da un lato permesso un accesso (formale e informale) facilitato delle immigrate alle occupazioni in un settore in cui le opportunità lavorative stanno proliferando, dall’altro costituisce un alto rischio di segregazione occupazionale e mancata spinta al perseguimento di un miglioramento sociale, rischio peraltro enfatizzato dalla legge come pure dagli stereotipi (Ehrenreich e Hochschild, 2004). Donne migranti, anche in zone molto distanti dal punto di vista spaziale, si ritrovano accomunate da simili esperienze di “dislocazione” per il fatto di ricoprire il ruolo di “lavoratrici sottopagate del capitalismo globale” e di vivere con ansia e sensi di colpa le relazioni affettive e la separazione dai propri cari lontani, nel “dolore della genitorialità transnazionale” (Parreñas, 2001). Lo sviluppo del fenomeno, ed il fatto che parliamo di processi il cui esito è incerto e non definito una volte per tutte, incoraggia a prendere sul serio altre dimensioni del protagonismo femminile, soprattutto laddove si esprime nella gestione cruciale di rilevanti funzioni di mediazione culturale all’interno della famiglia, e dunque sotto il profilo della conservazione e “rivisitazione” di abitudini e valori che richiamano la cultura del gruppo di appartenenza; ma anche nei rapporti con le società ospitanti, per la promozione di processi di integrazione e reciproco incontro. Riferimenti Andall J. (2000), Gender, Migration and Domestic Service. The politics of black women in Italy, Aldershot, Ashgate. Colombo A. (2003), Razza, genere, classe. Le tre dimensioni del lavoro domestico in Italia, “Polis”, a. XVII, n. 2, agosto, pp. 317-342. Ehrenreich B. e Hochschild A.R. (a cura di) (2004), Donne globali. Tate, colf e badanti, Milano, Feltrinelli. Morokvaśic M. (1984), Birds of Passage are also Women, “International Migration Review”, vol. 18, n. 4, pp. 886-907. Parreñas R.S. (2001), Servants of Globalization: women, migration, and domestic work, Stanford, Stanford University Press.

(ultimo aggiornamento: 06/08/2009)

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