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DAL PREGIUDIZIO ALLA DISCRIMINAZIONE: ANCHE SE UTILI GLI STEREOTIPI POSSONO CREARE PROBLEMI SOCIALI*

"È più difficile disintegrare un pregiudizio che un atomo" - Albert Einstein.
Il pregiudizio è un processo per il quale si attribuiscono ad una persona sconosciuta i tratti e le caratteristiche tipiche del suo gruppo di appartenenza. Non si tengono in considerazione le caratteristiche di quella determinata persona, ma ci si basa su un preconcetto legato alla categoria alla quale appartiene.

Ma cos’è il pregiudizio? Secondo la definizione degli antropologi, il Pregiudizio rappresenta una parola che deriva dal sostantivo latino “praejudicium” e che nel corso del tempo ha subito una trasformazione del suo significato originale. Nato solamente come “giudizio precedente”, arriva in epoche più recenti ad essere ampliato e ad essere usato per lo più in senso negativo, indicando un giudizio anticipato, un’opinione immotivata, di carattere favorevole o sfavorevole. Il pregiudizio, in generale, appare come un modo diffuso di reagire ad una diversità del proprio gruppo di appartenenza. E’ un processo per il quale si attribuiscono ad una persona sconosciuta i tratti e le caratteristiche tipiche del suo gruppo di appartenenza. Non si tengono in considerazione le caratteristiche di quella determinata persona, ma ci si basa su un preconcetto legato alla categoria alla quale appartiene. Il pregiudizio ha basi psicologiche perché è un pensiero che si basa sulle paure e le fobie del singolo individuo. Ad esempio, un pregiudizio può portare al razzismo, perché si ha paura dell'altro, dell'altra cultura, in particolare, quando la si conosce poco.
Nel manuale di psicologia sociale di Kenneth J. Gergen e Mary M. Gergen, il pregiudizio viene considerato un atteggiamento e quando questo atteggiamento si traduce in un comportamento specifico si può parlare di discriminazione.
Uno dei risultati dei meccanismi di discriminazione è che le persone contro cui essa è diretta possono sperimentare un abbassamento dell’autostima, ovvero un senso di inferiorità. Chi è vittima della discriminazione può anche sviluppare una volontà di fallire, può voler evitare, cioè, la possibilità di aver successo in una competizione.
Secondo le ricerche e gli studi più aggiornati, il pregiudizio viene acquisito durante l’infanzia o in qualsiasi periodo della vita, e il fatto che cresca o diminuisca col tempo dipende da circostanze storiche. Le esperienze fatte nei primi anni di vita possono essere responsabili di buona parte dei pregiudizi che si trovano negli individui adulti. Ma i pregiudizi possono insorgere in qualunque momento dell’arco di una vita. Buona parte di questi si forma, quando un adulto viene punito da un altro in qualche modo. Quando la gente rimprovera ingiustamente gli altri delle proprie difficoltà, si crea il fenomeno del capo espiatorio. Anche la competizione fra i gruppi può svolgere un ruolo fondamentale nella manifestazione dei pregiudizi e della discriminazione. Inoltre le differenze fra le persone alimentano ancor di più i pregiudizi e una delle ragioni è quella che le persone giudicate diverse rappresentano una minaccia alla propria autostima. Per quando riguarda la persistenza dei pregiudizi sono tre i fattori presi in considerazione: i valori comuni, la consapevolezza dell’appartenenza al gruppo e i giudizi sociali (le etichette).
Il sociologo olandese Van Dijk diffonde la tesi che il discorso e la comunicazione costituiscono una modalità di fondamentale importanza nella riproduzione sociale del pregiudizio. Poiché nelle moderne democrazie capitalistiche la classe al potere ha un continuo bisogno di legittimazione e di approvazione, l’ideologia, secondo il sociologo olandese, rappresenta quello strumento che permette di riprodurre i processi di persuasione e di creare un saldo consenso intorno alle decisioni. L’ideologia razzista come manifestazione esplicita del pregiudizio etnico risulta essere una diretta emanazione delle élite al potere. Sono proprio queste élite, infatti, a detenere sia il potere materiale che il potere simbolico, una sorta di controllo mentale esercitato per lo più attraverso il discorso. Queste élite simboliche, come le definisce il sociologo Van Dijk, sono anche le artefici del consenso etnico dominante; esse non comprendono solamente la classe economicamente o politicamente più forte ed influente, ma inglobano rappresentanti del mondo accademico, dell’editoria, della cultura ecc. E’ per questo che Van Dijk afferma che “al di là dei rapporti di classe, la riproduzione del potere razzista coincide con la riproduzione del potere del gruppo bianco nel suo insieme”.
Così in tutti i paesi dove il gruppo bianco riveste una posizione di potere, il pregiudizio ed il razzismo sembrano essere confezionati, o come afferma Van Dijk preformulati, dalle classi dominanti per mantenere in una posizione marginale le classi subalterne, sia bianche sia di colore.
Quando si illustrano i problemi che comportano una convivenza con gli immigrati, problemi imputati alla loro mancanza di motivazione, all’inadeguatezza della lingua, alla diversa struttura familiare, alle differenti credenze religiose ecc., ma allo stesso tempo si raccomanda la necessità di fornire qualsiasi forma di sostegno agli stranieri, il risultato di questa apparente negazione del razzismo è comunque la dissimulazione della vera fonte del problema e la presentazione positiva di sé. Tutta questa serie di espedienti e strategie si ritrovano poi nel discorso informale, nella comunicazione quotidiana: il comune cittadino è infatti spesso portato a parlare degli immigrati in termini dispregiativi, o comunque negativi, ed a presentare invece se stesso come privo di pregiudizi, tollerante, disposto ad aiutare gli altri, comprensivo.
Un meccanismo fondamentale nel favorire i pregiudizi sono gli stereotipi. Stereos, in greco, significa "rigido, fermo, stabile", mentre typos significa "modello". Essi sono raffigurazioni di gruppi, largamente condivise, schematiche, che nascono da relazioni di intergruppo e guidano conoscenze e comportamenti sociali delle persone. Gli stereotipi influenzano molte azioni quotidiane, come l’esempio semplice dell’abbigliamento. Gli stereotipi però possono costituire da un lato anche un utile sottoprodotto dell’interazione sociale, ad esempio lo stereotipo che gli altri non sono pericolosi. La maggior parte degli stereotipi, contengono ciò che lo psicologo Gordon Allport, nel suo libro “natura dei pregiudizi” ha chiamato il “nocciolo della verità”. Nonostante la loro utilità e parziale verosimiglianza, gli stereotipi possono creare gravi problemi sociali. Secondo lo psicologo americano William Campbell, gli stereotipi possono provocare gravi errori che alimentano comportamenti pericolosi quali: sopravvalutazione delle differenze tra i gruppi; sottovalutazione delle variazioni all’interno del gruppo (tipo considerare gli adolescenti tutti uguali); distorsioni della realtà; giustificazione dell’ostilità e dell’oppressione.
Come si può ridurre il pregiudizio?
Gli autori Kenneth J. Gergen e Mary M. Gergen del manuale psicologia sociale sostengono che vi sono molte strade che portano al pregiudizio, e che possono essere tutte imboccate facilmente. Alcuni pregiudizi sono probabilmente inevitabili in una società eterogenea e competitiva. Ma riconoscere la loro universalità non significa tuttavia accettarli. Alcuni pregiudizi rappresentano dei reali pericoli sociali, alimentando conflitti tra popoli, gruppi economici, sessi e religioni. Di conseguenza, gli studiosi sociali si sono preoccupati di trovare i mezzi per ridurre l’azione dei pregiudizi. Un’ovvia possibilità è quella di ridurre la discriminazione, cioè di trasformare le azioni della gente. Ad esempio, i genitori possono ridurre il sentimento di discriminazione presente nel comportamento dei propri figli non manifestando essi stessi un comportamento discriminatorio. Così possono essere eliminati gli stereotipi negativi dai libri e dai programmi televisivi. Ma controllare l’azione dei pregiudizi nelle relazioni quotidiane è più difficile, poiché questa è spesso incoraggiata dal gruppo e dai costumi socialmente accettati. Gli autori di psicologia sociale a cui facciamo riferimento esplorano tre tentativi appositi di ridurre i pregiudizi: favorire gli scambi sociali, agire attraverso l’educazione ed elevare il grado di consapevolezza intorno al problema del pregiudizio.
Gli scambi sociali sono molto importanti in quanto se la gente non dispone di informazione sugli altri, non riesce a capire il significato recondito delle loro azioni. Con l’aumentare degli scambi sociali, il gruppo esterno perde la sua estraneità e risulta più variegato al suo interno. E’ possibile quindi che la discriminazione diminuisca nei suoi confronti. Uno studio sull’integrazione razziale a livello residenziale ha fornito una considerevole conferma all’ipotesi dello scambio sociale. Abitare in residenze integrate sembra ridurre la tendenza a formarsi stereotipi sui membri di una minoranza. Tuttavia, mettere insieme le persone non sembra che sia sufficiente per ridurre i pregiudizi reciproci. Secondo alcune ricerche, dovrebbe essere accordata una speciale attenzione per garantire l’uguaglianza di status ai membri di gruppi diversi. Poi, gli individui devono avere degli scopi in comune e devono sentire di cooperare al raggiungimento degli stessi fini. Un altro fattore che contribuisce alla riduzione dei pregiudizi quando la gente lavora insieme è la capacità del gruppo di raggiungere i propri scopi. Quando un gruppo ha successo i pregiudizi crollano e spesso si stabiliscono forti legami di amicizia. Vi sono poi maggiori probabilità che il pregiudizio diminuisca quando tutti i membri di un gruppo hanno modo di esprimere le proprie opinioni.
L’educazione è considerata un sistema fondamentale di controllo dei pregiudizi. L’educazione può trasmettere informazioni sui gruppi sociali, sul retroterra storico dei problemi attuali, etc. Grazie ad una maggior esposizione a questo tipo di informazioni si dovrebbe sviluppare una maggiore accettazione degli altri. Infine il risveglio delle coscienze ovvero l’aumento del grado di consapevolezza sociale di certi problemi può essere un rimedio al pregiudizio. Le ricerche mostrano che i partecipanti al processo chiamato “risveglio delle coscienze” sviluppano spesso un comportamento attivo verso il mondo accompagnato ad un alto grado di impegno nella realizzazione dei propri progetti e ad una rivalutazione dell’autonomia e dell’indipendenza.
Il pregiudizio appare oggi radicato nei livelli più nascosti della vita sociale, nel privato; viene in un certo senso dato per scontato attraverso l’esaltazione dell’appartenenza etnica, religiosa, culturale e perfino geografica. In un contesto di forte riaffermazione dell’esigenza di differenziazione (vista anche come reazione all’omologazione dettata dal processo di globalizzazione si è infatti affermata la tendenza alle forti identificazioni: un percorso ritenuto comunemente legittimo di ricerca della propria identità di gruppo.
Riferimenti:
KENNETH J.GERGEN E MARY M. GERGEN, Psicologia sociale, il Mulino
VAN DIJK T.A. (1987), Communicating Racism: Ethnic Prejudice in Thought and Talk, Sage, London

(ultimo aggiornamento: 05/03/2012)

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