Da sempre l’Italia si è percepita come paese a sola vocazione emigratoria; questo atteggiamento ha influenzato profondamente non soltanto le politiche migratorie che via via nel corso degli anni sono state approntate per governare questo fenomeno ma anche e soprattutto la percezione ed il comportamento dei cittadini autoctoni nei confronti degli stranieri.
L’esperienza del fenomeno migratorio verso l’Italia che caratterizza la penisola non potrebbe essere compresa se non si avesse ben chiaro ciò che le migrazioni dall’Italia hanno rappresentato nella storia del Belpaese. Da sempre infatti l’Italia si è percepita come paese a sola vocazione emigratoria; questo atteggiamento ha influenzato profondamente non soltanto le politiche migratorie che via via nel corso degli anni sono state approntate per governare questo fenomeno ma anche e soprattutto la percezione ed il comportamento dei cittadini autoctoni nei confronti degli stranieri. I nostri trascorsi di paese dal passato coloniale, come lo hanno definito gli storici, hanno fatto comparire il fenomeno immigratorio con ritardo e ostacolato le tematiche ad esso connesse. Così questioni e temi da tempo dibattuti in terre di antica tradizione immigratoria sono giunti in Italia solamente a partire dagli anni settanta-ottanta, in una fase in cui a livello mondiale i flussi migratori erano caratterizzati da una tendenza all’accelerazione. Ad una scarsa attenzione a questo fenomeno è inevitabilmente seguita una legislazione contrassegnata almeno fino al 1998 dal carattere dell’urgenza. Come si accennava in precedenza, l’emigrazione ha rappresentato per l’Italia per moltissimi anni (almeno fino agli anni sessanta) una costante dagli effetti benefici sia come valvola di sfogo per la pressione migratoria del periodo postbellico, sia come importante fonte di denaro grazie agli ingenti ritorni economici legati alle rimesse. Fra i pochi strumenti a disposizione per un’analisi dei dati relativi al numero di persone che emigrarono tra il 1876 e gli anni sessanta merita certamente di essere citato il lavoro di Anna Maria Birindelli* che pur risalendo al 1984, rimane ancor oggi il punto di riferimento per chiunque voglia approfondire questo argomento. L’esame di questi dati permette di individuare il 1913 come l’anno in cui in assoluto dall’Italia è partito il maggior numero di persone (addirittura 872 mila). Non si è trattato tuttavia di un episodio straordinario: dagli inizi del Novecento, infatti, il numero si era attestato intorno alle 600-700 mila unità. Complessivamente fino al 1913 espatriarono più di 13 milioni di persone. Il numero degli espatri, nonostante il brusco calo dovuto allo scoppio del Primo conflitto mondiale, rimase piuttosto elevato (anche se decrebbe via via fino a raggiungere cifre poco significative nei primi anni quaranta). Dopo il Secondo conflitto mondiale, l’emigrazione riprese con grande vigore, tanto che, tra il 1945 e il 1965 quella italiana arrivò a rappresentare in molti paesi europei la quota più cospicua di immigrazione. Si trattava per la maggior parte di persone che emigravano senza alcuna prospettiva d’integrazione stabile nei paesi di destinazione ma “con l’obiettivo di guadagnare il massimo nel minor tempo possibile, onde ricongiungersi presto con la propria famiglia per lo più nel paese di partenza”**. Dal 1946 il governo italiano individuò nell’emigrazione un rimedio importante al problema della disoccupazione ed un modo per smorzare le tensioni sociali del paese; da queste considerazioni derivò un intenso impegno per cercare di stipulare accordi bilaterali con i paesi interessati a ricevere manodopera italiana e per tutelare i connazionali durante il viaggio e la permanenza all’estero. Francia e Belgio nel periodo 1946-57 raccolsero il 46% degli emigranti italiani. Riferimenti:
*Birindelli Anna Maria, 1984. Dalle grandi emigrazioni di massa all’arrivo dei lavoratori stranieri: un secolo di esperienza migratoria in Italia. Dipartimento di scienze demografiche, Università degli studi “La Sapienza”, Roma.
**Ascoli U., Movimenti migratori in Italia, Bologna, Il Mulino, 1979 pag. 65.
(ultimo aggiornamento: 06/08/2009)