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Glossario

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Diniego

  • atto con il quale un ufficio rifiuta formalmente l'accoglienza positiva di una determinata istanza.

     

Discendenza

  • la discendenza è la connessione socialmente riconosciuta fra un individuo ed i suoi antenati (Grottanelli, 1965).

     

Discriminazione

  • Più del pregiudizio, che attiene alla sfera degli atteggiamenti, e delle ideologie razziste, che appartengono a quella della teoria sociale e politica, la discriminazione riguarda comportamenti concreti, misurabili, ed è bene partire da questi per dare una prima, generale spiegazione del fenomeno, inteso come trattamento differenziale e ineguale delle persone o dei gruppi a causa delle loro origini, delle loro appartenenze, delle loro apparenze (fisiche o sociali) o delle loro opinioni, reali o immaginarie. Il che comporta l’esclusione di certi individui dalla condivisione di determinati beni sociali (alloggio, lavoro, etc.). Le forme di discriminazione cui le persone immigrate vanno incontro quotidianamente sono sostanzialmente di forma “diretta” o “indiretta”. Si ha discriminazione diretta, per esempio, quando per il solo fatto di essere immigrato, un soggetto è escluso da un certo rapporto economico, come accade a proposito degli affitti delle abitazioni, quando si specifica che non si desiderano inquilini immigrati. Si ha “discriminazione indiretta” quando disposizioni e pratiche sociali apparentemente neutre e dotate di fondamenti razionali di fatto penalizzano o favoriscono alcuni gruppi etnici, nonostante la volontà formale (di una legge o di un comportamento) di non discriminare. Un esempio di questo tipo di discriminazione può essere la richiesta di manodopera straniera per svolgere lavori che i cittadini autoctoni si rifiutano, ormai, di effettuare. Un’azione che senza volerlo direttamente, alimenta l’idea che gli immigrati abbiano un diritto al lavoro limitato agli ambiti meno qualificati. L’ambito lavorativo è destinato d’altronde a far emergere vari livelli di discriminazione: dall’ingresso nel mondo del lavoro, dove a parità di requisiti l’immigrato viene costantemente penalizzato come dimostrano numerose ricerche sul campo. Alle condizioni d’impiego che spesso vedono l’immigrato svolgere mansioni non adeguatamente retribuite rispetto all’effettivo orario di lavoro. Fino alle prospettive di carriera, che nel nostro paese diventano, per gli immigrati ma non solo, sogni proibiti che si infrangono contro il pregiudizio ma anche, e soprattutto, contro cavilli burocratici che difficilmente riconoscono il giusto valore a un titolo di studio straniero (non certo risolvibili con la sola concessione della cittadinanza, come insegnano i casi di discriminazione indiretta).

Discriminazione

  • Più del pregiudizio, che attiene alla sfera degli atteggiamenti, e delle ideologie razziste, che appartengono a quella della teoria sociale e politica, la discriminazione riguarda comportamenti concreti, misurabili, ed è bene partire da questi per dare una prima, generale spiegazione del fenomeno, inteso come trattamento differenziale e ineguale delle persone o dei gruppi a causa delle loro origini, delle loro appartenenze, delle loro apparenze (fisiche o sociali) o delle loro opinioni, reali o immaginarie. Il che comporta l’esclusione di certi individui dalla condivisione di determinati beni sociali (alloggio, lavoro, etc.). Le forme di discriminazione cui le persone immigrate vanno incontro quotidianamente sono sostanzialmente di forma “diretta” o “indiretta”. Si ha discriminazione diretta, per esempio, quando per il solo fatto di essere immigrato, un soggetto è escluso da un certo rapporto economico, come accade a proposito degli affitti delle abitazioni, quando si specifica che non si desiderano inquilini immigrati. Si ha “discriminazione indiretta” quando disposizioni e pratiche sociali apparentemente neutre e dotate di fondamenti razionali di fatto penalizzano o favoriscono alcuni gruppi etnici, nonostante la volontà formale (di una legge o di un comportamento) di non discriminare. Un esempio di questo tipo di discriminazione può essere la richiesta di manodopera straniera per svolgere lavori che i cittadini autoctoni si rifiutano, ormai, di effettuare. Un’azione che senza volerlo direttamente, alimenta l’idea che gli immigrati abbiano un diritto al lavoro limitato agli ambiti meno qualificati. L’ambito lavorativo è destinato d’altronde a far emergere vari livelli di discriminazione: dall’ingresso nel mondo del lavoro, dove a parità di requisiti l’immigrato viene costantemente penalizzato come dimostrano numerose ricerche sul campo. Alle condizioni d’impiego che spesso vedono l’immigrato svolgere mansioni non adeguatamente retribuite rispetto all’effettivo orario di lavoro. Fino alle prospettive di carriera, che nel nostro paese diventano, per gli immigrati ma non solo, sogni proibiti che si infrangono contro il pregiudizio ma anche, e soprattutto, contro cavilli burocratici che difficilmente riconoscono il giusto valore a un titolo di studio straniero (non certo risolvibili con la sola concessione della cittadinanza, come insegnano i casi di discriminazione indiretta).

Documenti equivalenti al passaporto

  • titolo di viaggio per apolidi. Gli apolidi sono soggetti ad obbligo di visto per l’Italia, a meno che non dispongano di un titolo di soggiorno rilasciato da uno degli Stati Schengen; titolo di viaggio per rifugiati. I rifugiati sono soggetti ad obbligo di visto per l’Italia, a meno che non dispongano di un titolo di soggiorno rilasciato da uno degli Stati Schengen o di un documento di viaggio rilasciato da uno dei Paesi firmatari dell’Accordo di Strasburgo; titolo di viaggio per stranieri. Rilasciato a coloro che non possono ricevere un valido documento di viaggio dalle Autorità del Paese di cui sono cittadini; libretto di navigazione. Documento professionale rilasciato ai marittimi per la loro attività. Valido per l’ingresso nello spazio Schengen solo per le esigenze professionali del marittimo; documento di navigazione aerea. Rilasciato ai piloti ed al personale di bordo delle compagnie aeree civili solo per motivi inerenti la loro attività lavorativa; lasciapassare delle Nazioni Unite. Rilasciato al personale ONU e a quello delle Istituzioni dipendenti; documento rilasciato da un Quartier generale della NATO. Rilasciato al personale civile e militare dell’Alleanza Atlantica. I membri delle forze NATO (ma non i familiari né personale civile al seguito) è esente dal visto; carta d’identità per i cittadini degli Stati della U.E.. Valida anche per l’espatrio per motivi di lavoro. E’ esente da visto; carta d’identità (ed altri documenti) per i cittadini degli Stati aderenti all’Accordo europeo sull’abolizione del passaporto. Valida per andare, a scopo turistico, nel territorio di uno degli stati stessi per i viaggi di durata inferiore a 3 mesi. E’esente da visto; elenco di partecipanti a viaggi scolastici all’interno della U.E. Rilasciato a studenti stranieri residenti negli stati della U.E.. I titolari sono esenti dall’obbligo di visto; lasciapassare. Foglio sostitutivo del passaporto rilasciato allo straniero che non dispone di un titolo di viaggio valido per tutti gli stati Schengen, o solo per l’Italia. Il regime di visto è quello in vigore nel Paese in cui l’interessato è cittadino; lasciapassare (o tessera) di frontiera. Concesso ai cittadini domiciliati in zone di frontiera. Valida per il transito della frontiera stessa e la circolazione nelle corrispondenti zone degli stati confinanti. Esente da visto.

     

Domicilio

  • è il luogo ove una persona ha la sede principale dei propri affari e interessi.

     

Espulsione

  • è l'allontanamento indotto o forzato di uno straniero dal territorio statale, al quale si unisce il divieto di rientrare nello Stato senza una precisa autorizzazione. I provvedimenti di espulsione possono essere adottati dalla magistratura o dalle autorità di polizia.

     

Espulsione

  • è l'allontanamento indotto o forzato di uno straniero dal territorio statale. All'espulsione si unisce il divieto di rientrare nello stato senza una precisa autorizzazione. I provvedimenti di espulsione possono essere adottati dalla magistratura o dalle autorità di polizia. Le cause di espulsione dipendono ovviamente dalla legislazione dei vari paesi: spesso sono provvedimenti di condanna che hanno colpito lo straniero o un ingresso irregolare nel paese. Limitazioni nell'espulsione sono previste per quegli stranieri ai quali sia stato concesso lo status di rifugiato. (Susanna Peltzel, voce Asilo politico, in Guido Bolaffi, Sandro Gindro, Tullio Tentori (a cura di) Dizionario delle diversità, Liberal Libri, 1998, p. 61)

Etnocentrismo

  • è l'atteggiamento per cui i membri di un gruppo etnico si giudicano superiori alle altre etnie e ne misurano il grado di civiltà in base alla somiglianza dei loro valori, usi, istituzioni, etc. con i propri. Il termine è stato introdotto da William Summer (Costumi di gruppo, Edizioni di Comunità, 1962 (1906)), il quale nota come molti gruppi etnici si definiscano con termini che significano "i belli", "i valorosi", "i ricchi", "gli eletti", "gli uomini", e denominino gli stranieri con espressioni dispregiative (ad esempio il termine greco "barbari", che significa balbuzienti). Al di fuori del proprio gruppo tribale non vi sono che "stranieri, uomini di sott"ordine, sporchi e volgari, se non addirittura non-uomini: bestie pericolose o fantasmi". (Claude Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, 1964, p. 184). Oggi il criterio discriminante è più spesso la cultura (stili di vita, credenze, tradizioni, storia, etc.):si dovrebbe perciò preferire l'espressione culturocentrismo. Il principio etnocentrico non viene più dichiarato nei documenti ufficiali (come quelli di Hitler e di Peron) ma viene praticato attraverso l'esportazione dei modelli economici e dei valori culturali dell'Occidente progredito nel Terzo Mondo involuto. Un"attualizzazione dell'etnocentrismo è il pregiudizio eurocentrico o, se ci si vuole riferire ai modelli di consumo, l'americanismo. Paradossalmente l'etnocentrismo può coesistere con l'accresciuto interesse delle persone giovani e scolarizzate verso i popoli degli altri continenti, probabile atteggiamento di risposta alla crescente omologazione a uno stile di vita "occidentale". Degli altri popoli si sa di più e si può vedere di più (viaggi, TV, libri); questi movimenti volontari verso le altre culture, non portano ad una eliminazione automatica dei pregiudizi razziali, dei campanilismi e degli atteggiamenti etnocentrici.(Umberto Melotti, voce Etnocentrismo, in Guido Bolaffi, Sandro Gindro, Tullio Tentori (a cura di),Dizionario delle diversità, Liberal Libri, 1998, pp. 122-123)

Etnocentrismo

  • è l'atteggiamento per cui i membri di un gruppo etnico si giudicano superiori alle altre etnie e ne misurano il grado di civiltà in base alla somiglianza dei loro valori, usi, istituzioni, etc. con i propri. Il termine è stato introdotto da William Summer (Costumi di gruppo, Edizioni di Comunità, 1962 (1906)), il quale nota come molti gruppi etnici si definiscano con termini che significano "i belli", "i valorosi", "i ricchi", "gli eletti", "gli uomini", e denominino gli stranieri con espressioni dispregiative (ad esempio il termine greco "barbari", che significa balbuzienti). Al di fuori del proprio gruppo tribale non vi sono che "stranieri, uomini di sott"ordine, sporchi e volgari, se non addirittura non-uomini: bestie pericolose o fantasmi". (Claude Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, 1964, p. 184). Oggi il criterio discriminante è più spesso la cultura (stili di vita, credenze, tradizioni, storia, etc.):si dovrebbe perciò preferire l'espressione culturocentrismo. Il principio etnocentrico non viene più dichiarato nei documenti ufficiali (come quelli di Hitler e di Peron) ma viene praticato attraverso l'esportazione dei modelli economici e dei valori culturali dell'Occidente progredito nel Terzo Mondo involuto. Un"attualizzazione dell'etnocentrismo è il pregiudizio eurocentrico o, se ci si vuole riferire ai modelli di consumo, l'americanismo. Paradossalmente l'etnocentrismo può coesistere con l'accresciuto interesse delle persone giovani e scolarizzate verso i popoli degli altri continenti, probabile atteggiamento di risposta alla crescente omologazione a uno stile di vita "occidentale". Degli altri popoli si sa di più e si può vedere di più (viaggi, TV, libri); questi movimenti volontari verso le altre culture, non portano ad una eliminazione automatica dei pregiudizi razziali, dei campanilismi e degli atteggiamenti etnocentrici.(Umberto Melotti, voce Etnocentrismo, in Guido Bolaffi, Sandro Gindro, Tullio Tentori (a cura di),Dizionario delle diversità, Liberal Libri, 1998, pp. 122-123)

Pagina pubblicata Mercoledì, 27 Giugno 2018 - Ultima modifica: Sabato, 12 Gennaio 2019

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